La crisi della formazione classica e il rischio di conclusioni errate

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Lettera al direttore di TvCity Press

Paolo Mainiero *

Caro direttore negli ultimi anni in modo continuo e costante si è cercato di far passare il messaggio, falso e distorto che bastasse conoscere l'inglese e saper smanettare sulla tastiera di un computer per offrire alle nuove generazioni una piattaforma di studi diversa tecnologica, più adeguata ai tempi. In una parola moderna. In questa corsa alla modernità il liceo classico ci è finito dentro fino al collo. Con un'azione strisciante, direi quasi scientifica è stata progressivamente indebolita l'ossatura sulla quale era stata fondata la formazione della classe dirigente del nostro Paese. Cavalcare la logica dell'innovazione a tutti i costi ripetere fino alla noia che è meglio saper usare il computer e conoscere l'inglese che studiare lingue come latino e greco e stato il grimaldello che ha depotenzialo nostri licei e impoverito culturalmente le nuove generazioni. Come se non fosse possibile tenere insieme il patrimonio letterario e artistico e la formazione tecnologica e scientifica. Sta di fatto che in Italia si è dimezzato il numero degli iscritti ai licei classici e si è fatta strada la strampalata teoria secondo la quale sia inutile e superfluo possedere una cultura umanistica. Fino ad arrivare a conclusioni superficiali, paradossali ed errate per cui si ritiene che frequentare il classico sia incompatibile con facoltà come medicina o ingegneria, ritenute scientifiche. Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra, poco dopo la nomina, ricordò la a provenienza dal classico. «Spesso mi si dice: tu hai fatto il liceo classico e poi hai cambiato. Come se la fisica - ha osservato la Gianotti - fosse tutt'altra cosa rispetto alle materie umanistiche o all'arte». Se una fuga c'è stata dal De Bottis più che gioire o prenderne freddamente atto bisognerebbe chiedersene il motivo. Dov'è il corto circuito? Cosa si fa per incentivare i migliori studenti della città ad iscriversi ai classico? Perché le scuole medie non indirizzano i più bravi verso gli studi umanistici? Meglio inseguire le mode o coltivare le capacità? Eventi come la Notte bianca dei licei hanno aiutato a conoscere il De Bottis sotto una luce diversa, una scuola non antica e superata ma una scuola viva e creativa; una scuola moderna; una scuola che sa rinnovarsi e guardare al futuro come conferma la novità dell'indirizzo Biomedico. Voglio concludere questa riflessione ricordando le parole di un illustre matematico che spese gli ultimi anni della sua vita in difesa del liceo classico, il professore Giorgio Israel, scomparso a dicembre del 2015. Ad agosto del 2013 scrisse su Il Mattino un editoriale da titolo: «Perché se muore il liceo classico muore il Paese». Dopo aver difeso la tradizione della formazione umanistica da chi la vuole distruggere. Israel concluse: «Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome e non di polli da batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto».

TvCity Press, 24 gennaio 2018

* Giornalista de Il Mattino

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